Da Milano fino a Singapore e Roma: come la smart mobility usa i dati di smartphone e auto connesse per ripensare traffico e sicurezza.
Le città del futuro non si progettano più soltanto con mappe, semafori e piani urbanistici tradizionali. Sempre più spesso a guidare le decisioni sono i dati, raccolti da smartphone, veicoli connessi, sensori e sistemi di analisi avanzata. È questa la logica della smart mobility, un approccio che punta a rendere gli spazi urbani più sicuri, meno congestionati e più facili da vivere, partendo da ciò che accade davvero sulle strade ogni giorno. Su questa visione lavora da anni il MIT Senseable City Lab, dove Umberto Fugiglando ricopre il ruolo di Head of Research Strategy & Partnerships; proprio il 14 aprile 2026 è intervenuto al MAUTO di Torino in un workshop del progetto The Future Unfolds, dedicato alla mobilità del futuro.

I dati servono a capire come si muove davvero una città
Uno degli aspetti più interessanti della smart mobility è che permette di misurare problemi spesso discussi solo in astratto. A Milano, per esempio, il lavoro citato da Fugiglando sulle Zone 30 mostra che abbassare i limiti di velocità non comporta necessariamente grandi perdite di tempo per chi guida: nell’intervista si parla di un impatto medio compreso tra 2 e 30 secondi a viaggio, a fronte di benefici attesi sul fronte della sicurezza. Un recente studio del MIT conferma inoltre che, nel caso milanese, il rispetto dei limiti dipende molto anche dalla forma della strada: larghezza, visibilità e configurazione urbana influenzano concretamente il comportamento degli automobilisti. In sostanza, non basta il cartello: spesso è il design urbano a far rallentare davvero.
Questo approccio cambia anche il modo in cui si ragiona sullo spazio pubblico. Nel progetto Unparking, sviluppato a partire dai dati di Singapore, il MIT ha stimato che una mobilità autonoma e condivisa potrebbe ridurre in modo drastico il fabbisogno di parcheggi e il numero di auto necessarie, liberando superfici oggi occupate dalla sosta. Lo stesso progetto avverte però che il beneficio non è automatico: se i veicoli continuano a circolare vuoti per raggiungere il passeggero successivo, il traffico può anche aumentare. È qui che la smart mobility mostra il suo lato più utile: non promette miracoli, ma aiuta a scegliere tra scenari diversi con numeri alla mano.
Dalle buche ai ponti, quando l’auto diventa un sensore
La parte forse più sorprendente riguarda l’uso di auto e telefoni come strumenti di monitoraggio urbano. Nell’intervista, Fugiglando racconta che a Roma le auto sono state utilizzate come sensori mobili anche per leggere lo stato di salute degli alberi, mentre in generale gli stessi principi possono servire a individuare buche, frenate pericolose e punti critici della rete stradale. Ma c’è di più: il MIT ha già dimostrato che gli smartphone possono raccogliere dati utili per monitorare le vibrazioni dei ponti, estraendo informazioni significative sul loro stato strutturale dai normali passaggi dei veicoli. È una tecnologia che non sostituisce l’ingegnere, ma può funzionare come un allarme diffuso, economico e continuo.
La vera forza della smart mobility, quindi, non sta solo nella tecnologia, ma nel fatto che rende le città leggibili. Traffico, sicurezza, parcheggi, manutenzione e qualità dello spazio urbano smettono di essere temi affrontati per intuizione e diventano questioni su cui intervenire in modo più preciso. È questo il punto centrale: città migliori non significano solo città più veloci, ma città in cui i dati aiutano a prendere decisioni più intelligenti e più vicine alla vita reale delle persone.